La previdenza integrativa rende meglio del Tfr in azienda

Confermata la tendenza: la previdenza integrativa rende meglio del Tfr in azienda.

Ed ai premi pagati si somma pure la quota del datore di lavoro!

Con il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo, la modifica continua dei coefficienti di trasformazione per la determinazione della rendita e la bassa rivalutazione, a molti – pressoché tutti – toccherà una pensione molto molto bassa.

Vari sono i motivi, in primis:

– Le retribuzioni sono ferme (nel 2015 sono cresciute dell’1%) e questo determina il basso importo dei contributi versati.

– L’elevata spesa pubblica per finanziare le gestioni in perdita dell’Inps darà sicuramente luogo a ulteriori misure indirizzate al risparmio.

Ecco perché la previdenza complementare, meglio nota come «pensione integrativa»,  diventa esigenza ad oggi irrinunciabile.

Mettere da parte un gruzzolo è di fondamentale importanza se non si vuole correre il rischio di arrivare alla pensione con un assegno mensile che, da stime del Sole 24 Ore, arriverà sì e no al 60% dell’ultima retribuzione ( se si è molto molto fortunati ).

La previdenza complementare conviene sostanzialmente due volte, ma vediamo perché.

Primo, la Covip (la commissione di vigilanza di settore) ha evidenziato che i rendimenti medi si sono attestati al 2,7% tra i fondi negoziali (i fondi di settore legati al CCNL) e al 3% tra quelli aperti ( fondi ad adesione collettiva di tipo bancario/assicurativo ).

Molto più elevato è invece il rendimento dei prodotti assicurativi (chiamati Pip – Piani Individuali Pensionistici ) che hanno offerto in media il 3,7%, un tasso triplo rispetto al Tfr lasciato in azienda o all’Inps ( rivalutatosi al netto circa dell’1,2% ).

In secondo luogo, la pensione integrativa conviene perché i premi pagati sono deducibili ( in semplicità abbassano l’imponibile fiscale ) fino a 5.164,57€ e possono essere dedotti anche i premi versati per familiari a carico ( sempre nei limiti dei 5164,57€ ).

Scegliere un Piano Pensionistico è cosa da farsi con attenzione e meticolosità.

E’ fondamentale chiedersi quanto si vuole versare innanzitutto. Ad esempio, versando 200 euro al mese per 30 anni e ipotizzando un tasso di interesse medio annuo dell’1% si percepisce una rendita complessiva di circa 84.300 euro che si traduce in un’integrazione ventennale di circa 350 euro al mese.

E’ importante sottolineare che l’accantonamento di fondi per la previdenza integrativa diverrà cosa quasi obbligatoria se il governo Renzi dovesse decidere di tagliare l’Irpef tagliando i contributi previdenziali.

La somma in più ricevuta in busta paga dovrebbe – a nostro modo di vedere – essere risparmiata per non trovarsi con una pensione statale ancora più sofferente.

Anche per la previdenza integrativa vale la regola degli investimenti, ovvero bisogna chiedersi quanto si è disposti a rischiare.

A titolo puramente informativo è bene sapere che nel biennio 2012-2014, i fondi con un’esposizione superiore al 70% all’azionario hanno raggiunto rendimenti spesso prossimi al 15%.

Tassi di tutto rispetto insomma, che se inseriti in un piano di versamenti a lungo periodo potrebbero non costituire una gran rischiosità per il capitale.

Anche qui, come in tutti gli altri contesti è consigliabile affidarsi ad operatori certificati ( iscritti al RUI – Registro Unico degli Intermediari ), preparati ed assolutamente di fiducia.